Per i quarant’anni dalla scomparsa di Guido Cadorin (Venezia, 1892-1976) l’Archivio Fabrizio Clerici propone un testo di Fabrizio Clerici.

Nella primavera del 1949 alla Galleria dell’Obelisco, Giuseppe Ungaretti presentava con un testo breve, misterioso e rivelatore la mia prima mostra personale a Roma. Righe scritte con la più acuta convinzione che la serie di quei disegni esposti rappresentava immagini ove talento e pazienza si amalgamavano in una sorta di horror vacui, raro quanto imprevedibile.
Non so se fosse quello scritto evocativo a incuriosire Margherita Sarfatti e spingerla a visitare, lei già avanti con gli anni e da tempo non più in auge, la mostra di un esordiente pittore.
Un tardo pomeriggio io la incontrai in galleria, guidata da Irene Brin e Gaspero Del Corso che, a latere, cortesemente l’accompagnavano. Irene mi presentò quale autore di quanto era appeso sui muri. Si voltò per un istante verso di me e senza volgermi una sola parola continuò il suo giro, lorgnette alla mano, esaminando senza alcun commento i fogli esposti.
Da quell’anziana signora, né loquace né amabile, io non mi aspettavo nulla. Mi limitavo a immaginare come doveva essere stata da giovane, ma non era facile impresa, perché tinture e belletti in eccesso non permettevano di rintracciare su quel volto un segno, un segno soltanto, di vivezza e attrazione. Doti queste che in tempi remoti dovevano essere ben presenti per risvegliare tanto intensamente l’interesse sensuale di Benito Mussolini.
Ultimato il giro della galleria sostò un momento. Si volse a guardarmi in faccia per la prima volta e varcando la porta della galleria sentenziò con un tono da anni trenta: «Ne scriverò». Quella voce miope sussurrata qual commiato mi spinse a chiederle ove quel suo commento avrei potuto leggerlo. Di rimando la sua risposta fu immediata: «Passi dopodomani alle cinque al mio albergo. Sto agli “Ambasciatori”. Leggerà il mio testo prima che dal giornale vengano a ritirarlo».

All’ora fissata, puntualmente, ero nell’atrio di quell’albergo. La signora Sarfatti, puntualissima lei pure, dava delle disposizioni al portiere gallonato. Come mi vide entrare sventolò come un ventaglio un’ampia busta arancione che teneva in mano. Non ci furono né «buonasera» né «come sta». Passò in diagonale attraverso l’atrio facendomi segno di seguirla. «Non stiamo qui tra le correnti d’aria. Andiamo in quella sala così avrà modo di leggere tranquillamente quello che ho scritto». La signora Sarfatti mi trascinava nel luogo meno adatto per un incontro. Ma forse lei, autrice di Dux, non immaginava che ci fossero legami di parentela tra l’antifascista Gino Clerici, ideatore dell’albergo che la ospitava, e Fabrizio Clerici, quel giovane che seduto in una poltrona al suo fianco aspettava che dalla busta arancione uscisse l’atteso manoscritto.

Rimettere piede, a distanza di più di vent’anni, in quella grande sala, resa tanto famosa e tanto discussa per il ciclo di affreschi che Guido Cadorin vi aveva dipinto tra il 1926 e l’anno successivo, fu per me una improvvisa marcia a ritroso nel passato. Il presente si annebbiava. La signora e quella busta arancione che lentamente lei mi aveva posato sul bracciolo della poltrona si dissolvevano per lasciare posto ad altre più antiche immagini.
Guardavo gli affreschi e fu come ritrovarsi in un passato che avvenimenti familiari e le atrocità della guerra avevano reso assai remoto. Ciò che nella mia rètina ora si proiettava era quella stessa grande sala quando vi lavorava Guido Cadorin. II maestro veneziano l’aveva trasformata in un prodigioso atelier, vivo di impalcature, barattoli, vasi di polveri colorate e grandi tavoli colmi di fogli. Disegni preparatori, ritratti che l’immediatezza e la sicurezza del segno rendevano vivi. Personaggi che più tardi sarebbero stati trasferiti sui muri.
In tante occasioni mi fu consentito di guardare Guido Cadorin al lavoro sui ponteggi, intento a ritrarre dal vero signore e gentiluomini nell’eleganza dei costumi che la rappresentazione imponeva.
Le pareti dal grezzo dell’intonaco si venivano popolando di una marea di convitati, in un’ora che nessun orologio precisava: luogo e figure che avrebbero potuto circolare indifferentemente nella Marienbad di Resnais come pure in un altro famoso e indimenticabile silenzio, quello visconteo che in Morte a Venezia presenta l’intera famiglia polacca ospite al Lido nell’Hotel des Bains.
La festa notturna ideata da Guido Cadorin è un raduno di figure che, come assai spesso avviene nei ricevimenti, non hanno niente da dirsi. E così, a me pare, è proprio il silenzio ad essere il vero protagonista di quella festa notturna. Ma la toccante verità dei caratteri, il maestro veneziano la mantenne in tutti coloro, nomi notissimi a quei tempi, che il suo pennello ci ha lasciato quale esattissimo documento di una Roma proiettata altrove, lontana dai ruderi, lontana dalle gerarchie.
Assieme ai più noti rappresentanti di quegli anni Guido Cadorin tra le evanescenti architetture che prospetticamente ampliavano gli spazi, aveva pure fatto posare tutti i miei familiari. Vi appariva, somigliantissimo, mio padre e, in primo piano, mia madre. Ma forse, fra tutte le persone rappresentate, la figura di mia madre non le somiglia e, con quel curioso inutile occhialetto che tiene nella destra, diventa una presenza artificiale che non aveva alcun rapporto con la sua vera espressione. Ove invece l’identità gli riuscì perfetta fu quando ritrasse l’arcigno profilo di mia nonna e la bellezza adolescente di mio fratello Gustavo.
Io ero troppo piccolo per figurare tra gli spettatori di una festa notturna che centrava l’interesse degli astanti sui ritmi esotici di una danzatrice orientale. «Me dispiase, ma su sti muri no ghe xe posto per i puteli». Ma il maestro rimediò regalandomi un suo disegno ove «un putelo» è tenuto per mano da un angelo.

La realtà tornava presente. Margherita Sarfatti volgeva le spalle alla sua stessa immagine che Guido Cadorin fu costretto a piazzare fra le altre, ventitré anni prima, dopo le insistenze di lei, ambiziosa d’essere tra quelle presenze eternata. L’anziana signora attese che finissi di leggere il suo scritto. Come risveglio dalla rêverie da poco vissuta confesso che fu il più imprevedibile.
Quelle due cartelle erano state scritte con un velenoso inchiostro che stroncava tutto il mio lavoro, non concedendogli neppure un barlume di speranza per future possibilità creative.
Restituii la busta e quel testo alla Sarfatti. «Come lo trova?». Non salutandola, volsi un ultimo sguardo ai genitori dipinti e mi confortò il pensiero che quel testo loro non l’avrebbero mai letto.

Fabrizio Clerici

Rendez-vous agli Ambasciatori, in Dolce vita 1926, in “FMR”, 60, aprile, 1988.
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Da alcune cartoline dell’epoca (in francese “Hôtel des Ambassadeurs”, conservate presso l’Archivio Fabrizio Clerici) si deduce il nome esatto di questo luogo che è Albergo degli Ambasciatori. Con scritti di Fabrizio Clerici, Rendez-vous agli Ambasciatori; di Jean Clair, Lo sconosciuto della festa; di Roberto Papini, Un albergo per gli ambasciatori, per il N. 60 della rivista FMR (aprile 1988), rendono conto, nel servizio Dolce vita 1926, dei rapporti di Lugi Clerici, e della famiglia, con l’Albergo degli Ambasciatori e con il ciclo di affreschi che Guido Cadorin realizzò nella grande sala. In questo ciclo sono ritratti Luigi Clerici con la moglie Maria Bournens, la nonna di Fabrizio, Antonietta Bournens Seves e il fratello Gustavo, oltre a personalità di spicco dell’epoca. Tuttora, all’entrata dell’”Albergo degli Ambasciatori” a Roma, ora Boscolo Palace, 
in via Vittorio Veneto n. 70 è visibile una lastra in marmo con la scritta: “Gino Clerici / Ideò e Costrusse / negli anni MCMXXIV-XXV-XXVI / da disegni di / Marcello Piacentini / ed / Emilio Vogt / VI Febbraio MCMXXVII”. Da una testimonianza scritta da Francesco Clerici, indirizzata a Maurizia Tazartes: “Nostro padre allora acquistò una villa esistente a Roma in via Veneto di fronte a palazzo Madama con l’intenzione di abitarla. Nostra madre, donna di grande buon senso si oppose a tale ipotesi perché riteneva pericoloso che nostro padre –notoriamente antifascista- ostentasse in tal modo il suo benessere. Nostro padre si adeguò a tale parere e, demolita la villa, realizzò quello che è l’Albergo degli Ambasciatori su progetto di Marcello Piacentini”. Roberto Papini in, Per gli Ambasciatori d’oggi, in Ambasciate e Ambasciatori a Roma, op. cit. scrive “Mi colpì l’apparente contraddizione dei termini del suo nome: Albergo degli Ambasciatori. In realtà l’antitesi, a rifletterci, non c’è, come ho preteso di dimostrare. Ma l’edificio, sorto da poco per la volontà d’un audace industriale milanese, Gino Clerici, non m’interessa soltanto per la funzione che esso ha, analoga in ciò a quella di tanti altri consimili, nella vita sociale contemporanea. M’incuriosisce sopra tutto come organismo complesso, concepito come problema di architettura e di decorazione.
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