Il 15 maggio del 1913 nasce a Milano Fabrizio Clerici, uno tra i più importanti pittori del panorama artistico contemporaneo. Alla fine della Grande Guerra la sua famiglia si trasferisce in Umbria, a Montelabate e, successivamente, a Roma, dove il pittore compie tutti gli studi fino alla laurea in architettura nel 1937.
Proprio alla formazione romana, Fabrizio Clerici deve l’interesse per l’antichità classica e per la cultura figurativa rinascimentale e barocca che tanta parte hanno avuto nella sua personale e finissima creazione artistica.
Gli esordi della sua attività grafica sono legati alla conoscenza, ben presto tramutatasi in profonda amicizia, di Alberto Savinio e poi di suo fratello Giorgio de Chirico, certamente tra le più poliedriche e acute figure di intellettuali e artisti del Novecento.
L’accostarsi di Clerici all’universo figurativo, che avviene anche grazie al surrealismo, conosciuto tramite la rivista «Minotaure», si manifesta dapprima con una intensa attività grafica (ritratti e composizioni di oggetti e personaggi dai molteplici rimandi simbolici che affascinano Ungaretti), per giungere, verso il 1948, ad una pittura di cavalletto di onirica potenza.
A quest’anno risale infatti la tempera de Il Minotauro accusa pubblicamente sua madre, del quale l’artista esegue una versione di maggiori dimensioni nel 1952.
Dell’anno precedente è la straordinaria veduta di Venezia senz’acqua, opera emblematica “dell’inutilità degli sforzi umani”.
Alle sorgenti primarie della mitologia, sempre liricamente rivisitate, appartiene anche il ciclo dei Labirinti, motivo che ritorna a più riprese in tutto il percorso artistico di Clerici fino a Le rive del Meandro del 1985.
Come l’eco mai spenta di un primo viaggio in Grecia, compiuto a sedici anni, si fonde alle tante suggestioni letterarie, creando, nel tempo, complesse visioni dalla originalissima vena fantastica, così le impressioni di un soggiorno in Sicilia nel ‘52 riaffiorano, di qui a poco, nella alchimia pittorica della Grande e Media Confessione palermitana.
Altre due tele dei primi anni cinquanta, La stanza e La Sindone, si inseriscono nel medesimo filone escatologico.
Ed anche La speranza Pallavicini, metarnorfosi in positivo dalla struggente “Derelitta” di Botticelli.
Un altro fondamentale viaggio, attraverso l’Egitto e il Medio Oriente, è all’origine del ciclo dei solitari Templi dell’uovo e fonte de La barca solare e dei successivi misteriosi interni popolati di simboli e divinità egizie.
Materiali archeologici divengono ugualmente spille da balia e lamette da barba, o i vecchi pennini da inchiostro ne La Baia di Perry del 1968: oggetti di uso comune che l’inesauribile curiosità del pittore ha trasformato in preziosi campioni della nuova era.
Altre serie di interni compaiono nell’opera del Maestro: quelle dedicate a l’Isola dei morti di Böcklin, tema su cui egli ha eseguito numerose variazioni, e quelle, più recenti, coi brani degli affreschi di Signorelli a Orvieto.
Tutti spazi imbevuti di quel “surrealismo classico” di cui parla Leonardo Sciascia.
Alla vasta produzione pittorica e grafica di Fabrizio Clerici è stata dedicata nel 1990 una mostra antologica dalla Galleria d’Arte Moderna di Roma.
In questa occasione è stata esposta la grandiosa tela (più di cinque metri di larghezza) del Sonno romano, finalmente realizzata nelle dimensioni ideali desiderate dal pittore fin dalla versione del 1955. Nel dipinto, forse l’opera più celebre dell’artista, giacciono, rischiarati da una luce metafisica, reperti scultorei dell’età classica e barocca.
Apparentate in un’unico destino, che sembra trascinarle verso un oblio senza scampo, queste supreme forme della Bellezza sono tuttavia riscattate dalla presenza dei frutti del melograno, simbolo di una rinascita eterna. Testimonianza della impossibilità, ma anche della dignità poetica della Grandezza.

Mario Gori Sassoli, Fabrizio Clerici, in «Almanacco del giorno dopo» 14 maggio 1991.
© Mario Gori Sassoli-Rai courtesy Archivio Fabrizio Clerici